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La storia dell'Istituto nel racconto di una protagonista della "stagione delle origini".

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Data: 12/04/2017

Per gentile concessione dell’editore, rendiamo disponibile ai nostri lettori l’ampia sintesi della lectio magistralis che Licia Vlad Borrelli ha tenuto lo scorso 24 gennaio presso la SAF ISCR e pubblicata nel numero di aprile del Giornale dell’Arte

Un racconto denso e ricco di spunti, di chi ha vissuto in prima persona le entusiasmanti vicende della nascita e sviluppo di questa istituzione.

Per gentile concessione dell’editore, presentiamo di seguito uno stralcio del testo tratto dal Giornale dell’Arte di aprile e in allegato il pdf dell’intero intervento.

«L’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro è una grande famiglia e possiede lessico, regole e norme specifiche che rappresentano un segno indelebile di appartenenza e riconoscimento in qualsiasi tempo e luogo. Come una ogni famiglia ha una sua storia e degli antenati, io sono l’unica superstite della stagione delle origini.

L’Istituto nasce nel 1939 dopo che, in un memorabile Convegno dei soprintendenti dell’anno prima. Giulio Carlo Argan ne aveva presentato il progetto esecutivo al ministro dell’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai: allora le Belle Arti erano una direzione generale del Ministero dell’Educazione. Il progetto sarà variamente modificato, ma serberà le premesse fondamentali che erano quelle di fornire al Paese un’istituzione centrale che fosse nello stesso tempo laboratorio di restauro, dotato di gabinetti scientifici e tecnici, e scuola di addestramento per una nuova classe di restauratori i quali, oltre a un tirocinio pratico, seguissero corsi di storia dell’arte, disegno e materie scientifiche.

La denominazione Belle Arti, che oggi pare obsoleta, ha subito nel tempo variazioni rispondenti a un diverso modo di concepire la tutela e la promozione dei beni culturali. Ad esempio, il termine generico di cosa, impiegato per indicare le opere d’arte nelle più antiche leggi di tutele fino alla legge Bottai del 1939, è stato sostituito in quelle successive da bene culturale, patrimonio, introducendo un significato riferito al valore economico, venale, del prodotto artistico, e permettendo al contempo un allargamento a quei prodotti dell’attività artistica immateriale, come il folclore, la musica popolare, le tradizioni orali, ecc., che costituiscono i più arcaici e genuini fattori identitari di un popolo, ma sono fragili in quanto affidati alla memoria orale e dei quali, in quegli anni di rapide trasformazioni sociali, si cominciava a temere la perdita…. » (segue nel numero 374, aprile 2017, pp. 20-23 e nel pdf allegato a questa pagina).