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  • Restauri - Restauri conclusi
  • Il rotolo dipinto giapponese "dei trentatré cavalli", Museo Stibbert, Firenze

  • Alla stanga, Giovanni Segantini, Galleria nazionale d'arte moderna, Roma

  • Tibiae, Museo degli Strumenti Musicali, Roma

  • Rotella da parata in cuoio. Museo Bagatti-Valsecchi, Milano

  • Gli affreschi di Polidoro da Caravaggio dal Casino del Palazzo del Bufalo a Roma

  • Angelo in maiolica, Museo dell'Opera del Duomo di Orvieto

  • Storie di Sant'Orsola. L'arrivo a Colonia, Vittore Carpaccio, Gallerie dell'Accademia, Venezia

  • La cassaforte della casa dei Vettii, Pompei

  • Cromatica, Guido Strazza, Macro, Roma

  • Mappa toroidale di 5 paesi e 4 colori, Sergio Lombardo, Macro, Roma

  • Il Satiro Danzante di Mazara del Vallo

  • La peschiera della villa romana di Torre Astura, Nettuno, Roma

  • Il polittico di Santa Sabina, cappella di San Tarasio, chiesa di San Zaccaria a Venezia

  • Elefantino di piazza della Minerva a Roma

  • Baia sommersa, Villa dei Pisoni, Pavimento in mosaico bianco

  • Baia sommersa, Terme di Punta dell'Epitaffio. Pavimento in opus sectile

  • Baia Sommersa, Via Erculanea

  • Pietà con San Giovanni, la Maddalena e un Vescovo, Chiesa di Sant'Agostino, Gallese

  • Il Mitra tauroctono dalla Civita di Tarquinia

Restauri conclusi

  • Calzari pontificali detti con iscrizioni pseudo-cufiche, Museo della Spiritualità, Castel Sant'Elia

    Significativa è la presenza, nell’importante raccolta di paramenti ecclesiastici medievali di Castel Sant’Elia (VT), di ben tre paia di calzari cerimoniali medievali, risalenti al XII e XIII secolo, oggetti liturgici dotati di caratteristiche di pregio e rarità, nonché di singolare significato in relazione alla storia dell’abbigliamento liturgico. Fra le tre paia, quello cosiddetto “con iscrizioni pseudo cufiche” rappresenta un caso di studio importante. Così come il paio detto “ con decorazioni ad arabesco”, appartenenti alla medesima collezione, già restaurato presso il Laboratorio manufatti in cuoio dell’ISCR, si reputa che sia stato prodotto in una bottega dell’Italia meridionale, e precisamente siciliana, ad opera di artigiani islamici o comunque sotto la loro influenza diretta.

    Affrontare il restauro di questi oggetti singolari ha richiesto la costituzione di un gruppo interdisciplinare di lavoro e di studio. Questo ha permesso di organizzare la ricerca e il restauro secondo i seguenti punti:

    • inserimento in un quadro storico di riferimento, i cui dati derivano sia dalla conoscenza della collezione di paramenti sacri di Castel Sant’Elia, sia dal confronto con altre calzature pontificali della medesima epoca, tutt’oggi esistenti;
    • individuazione delle indagini diagnostiche da effettuare, sia in funzione della conoscenza della tecnica d’esecuzione, e quindi del riconoscimento dei diversi materiali, sia dello stato di conservazione dell’opera;
    • documentazione grafica, in cui vengono organizzate le informazioni relative alla tecnica d’esecuzione, allo stato di conservazione e al restauro;
    • progettazione del restauro, con l’individuazione della successione delle operazioni. L’intervento coinvolge infatti restauratori specializzati su materiali diversi che devono operare in momenti diversi;
    • intervento conservativo propriamente detto;
    • provvedimenti per il mantenimento della forma corretta restituita durante il restauro, per il deposito e per l’esposizione.

    Non essendo riconoscibili elementi tecnici che consentano di distinguere la calzatura destra da quella sinistra, il calzare più lacunoso è stato contrassegnato con la lettera “A”, e con la lettera “B” quello in cui ancora è superstite la parte posteriore della tomaia.

    Si ringraziano tutti coloro che hanno contribuito a questo restauro, ed in particolare:

    • Federica Moretti, per la documentazione grafica e l'apporto dato al restauro;
    • Michael Jung, per la ricerca storica.
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  • Calzari pontificali con arabesco, Museo della Spiritualità, Castel Sant'Elia

    Questi sandali pontificali fanno parte del significativo insieme di 29 paramenti liturgici, recentemente restaurati presso l’ISCR, provenienti da Castel S.Elia (VT). Rispetto alle altre due paia di calzari appartenenti al medesimo complesso, ed anche in confronto con sandali pontificali esistenti in diverse collezioni europee, questi appaiono singolarmente ben conservati; di particolare pregio sono inoltre la qualità formale e la ricchezza decorativa. La necessità di restaurare questi oggetti ha offerto al Laboratorio manufatti in cuoio l’occasione per affrontare in modo approfondito le problematiche conservative delle calzature.

    La fabbricazione è probabilmente avvenuta in una bottega artigiana del XIII secolo dell’Italia meridionale, e precisamente siciliana, attingendo alla tradizione manifatturiera islamica. Tuttavia non sembrano esservi elementi, allo stato attuale delle conoscenze, che consentano di confermare con certezza tale ipotesi. Sebbene nella letteratura esistente vi siano dei riferimenti alla manifattura delle pelli e del cuoio, essi rimandano quasi esclusivamente alla legatura, arte fiorente per diversi secoli a causa dell’importanza attribuita al libro sacro, il Corano. Si ritiene peraltro in linea generale che le tecniche di decorazione del cuoio si siano sviluppate principalmente nel Vicino Oriente, e che la loro diffusione in Occidente si avvenuta soltanto in un momento successivo.

    Il sandalo pontificale costituisce una particolare tipologia di calzatura liturgica, utilizzata durante alcune cerimonie religiose, come la messa pontificale. A queste calzature cerimoniali fu attribuito il nome sandalia probabilmente nel IX o X secolo; esse divennero parte distintiva dell’abbigliamento liturgico del vescovo intorno al X secolo. Ne sono giunti fino a noi diversi esempi databili al XII-XIII secolo, accomunati da una foggia particolare che, secondo alcuni, rappresenterebbe un’evoluzione formale della tipologia di calzatura romana detta campagus. Questa era una scarpa aperta assicurata al piede mediante un sistema di lacci e indossata generalmente dall’aristocrazia o dagli ufficiali dell’esercito; tale tipologia si sarebbe modificata nel tempo divenendo una calzatura alta fino alla caviglia.

     

    Si desidera ringraziare la restauratrice Federica Moretti che, oltre ad aver partecipato in fase di restauro alle operazioni di pulitura, consolidamento e correzione delle deformazioni, ha eseguito la documentazione grafica e molte delle immagini fotografiche che documentano l'intervento.

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  • Portiera Oddi-Montesperelli, Firenze

    La portiera Oddi-Montesperelli (mm 1760 x 1080) proviene dalla raccolta antiquaria di Stefano Bardini (1863-1922) e di suo figlio Ugo, acquisita dallo Stato italiano nel 1996 (e denominata Museo e Galleria Mozzi Bardini), comprendente circa 30.000 oggetti d'arte di varia tipologia, epoca e provenienza. Essa è parte di un’ampia collezione di arredi in cuoio dorato e dipinto (paliotti, parati, rivestimenti di mobilia, ecc.) - tra le più rilevanti in Italia per numero e qualità dei pezzi – composta da manufatti sia integri che frammentari, databili tra XVI e XVIII secolo.

    L’ISCR ha dedicato a questa collezione un progetto di studio e d’intervento, finanziato dal Mibac nell’ambito della programmazione lavori pubblici per gli anni 2003 e 2005, che si è articolato nelle seguenti fasi:

    - schedatura tecnico-conservativa di un cospicuo numero di arredi selezionati per affinità tipologiche, tecniche di esecuzione, repertori decorativi e iconografici;

    - spolveratura e immagazzinaggio in appositi contenitori dei manufatti schedati;

    - restauro, con finalità didattiche e metodologiche, di alcuni degli arredi individuati per rilevanza storico artistica e particolare interesse dei problemi conservativi.

    L’intervento sulla portiera Oddi-Montesperelli si inserisce  in questo contesto e ha consentito di approfondire le problematiche relative al montaggio e al tensionamento degli arredi in cuoio, tema di ricerca approfondito dal Laboratorio negli ultimi anni. Coerentemente con tale linea di ricerca, nell’ambito del restauro della portiera, è stata progettata e costruita una struttura di sostegno in grado di evitare al manufatto sollecitazioni meccaniche dannose, e di evocarne insieme, per quanto possibile, l’originaria funzione d’uso.

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  • Rotella da parata in cuoio. Museo Bagatti-Valsecchi, Milano

    Nel XVI secolo si assiste in Italia ad una vasta  ed originale produzione di armature  di lusso (dette anche da parata), sontuosamente decorate per esaltare l’aspetto di potenza e di ricchezza dei grandi signori dell’epoca.  Si tratta di armature di elevato valore simbolico, politico e sociale, i cui temi decorativi attingono all’antichità romana e alla mitologia classica da poco riscoperti, offrendo spunto per composizioni raffinate e a volte spettacolari, e in cui ‘la forma è portata al massimo del virtuosismo tecnico lavorando l’acciaio a sbalzo alla stregua di un metallo prezioso’.

    Al corpus degli armamenti da parata Rinascimentali appartengono anche diversi esemplari realizzati in cuoio (principalmente scudi  e copricapi  guerreschi di diversa foggia), materiale strutturalmente diverso dall’acciaio, ma fin dall’antichità utilizzato nel campo dell’abbigliamento militare e in grado di essere lavorato ad imitazione dei più pregiati esemplari in metallo.

    Il restauro della  rotella in cuoio del Museo Bagatti-Valsecchi di Milano, datata alla seconda metà del XVI secolo, ha permesso di approfondire la conoscenza delle tecniche compositive e di decorazione di questa particolare classe di manufatti e una serie di indagini analitiche, mirate alla valutazione dello stato di conservazione, ha indirizzato nelle scelte metodologiche per la stabilizzazione del rivestimento in cuoio.  L’intervento è stato eseguito, con la  Direzione Lavori della dottoressa Rosanna Pavoni, nel rispetto di modifiche e aggiunte apportate al manufatto nei precedenti restauri, in accordo con le scelte  di allestimento della collezione.

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